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In crisi la funzione delle istituzioni come cerniera tra mondo politico e corpo sociale. La società continua a funzionare nel quotidiano, rumina e metabolizza gli input esterni, cicatrizza le ferite più profonde. Intanto siamo entrati in una seconda era del sommerso: non più pre-industriale, ma post-terziario. È una «macchina molecolare» senza un sistemico orientamento di sviluppo, in cui proliferano figure lavorative labili e provvisorie. Nel parallelo «rintanamento chez soi» di politica e società cresce il populismo.

Una società che continua a funzionare nel quotidiano, rumina gli input esterni e cicatrizza le sue ferite. Nel «silenzioso andare del tempo», sono tre i processi principali della società italiana. In primo luogo, la società continua a funzionare nel quotidiano. Non come scettica passività dell’abitudine, ma come primato dell’impegno quotidiano dei soggetti economici e sociali. Le imprese continuano a operare nelle dinamiche di filiera (basti ricordare la filiera enogastronomica, quella del lusso e del made in Italy, quella della progettazione, fabbricazione e manutenzione dei macchinari); le famiglie continuano a coltivare i loro risparmi e i loro patrimoni; il sistema di welfare continua la sua lucida e spesso dura quadratura in modo da non perdere il suo ruolo cardine nella soddisfazione dei bisogni sociali; il territorio continua a essere un fondamentale fattore dello sviluppo (si pensi al recupero delle città come sedi di localizzazione manifatturiera); gli incrementali arrivi turistici continuano a confermare una prosperante attrattività del nostro Paese; e anche il Mezzogiorno non ha mostrato cedimenti da sommare a cedimenti del passato. In secondo luogo, la società rumina e metabolizza gli input esterni, volta per volta rimuovendoli o assimilandoli. Vale per il flusso crescente di migranti e la loro faticosa integrazione; per il processo di digitalizzazione (che mette in crisi l’intermediazione burocratica del ceto impiegatizio che su tale prassi aveva costruito potere e identità); per la faticosa affermazione legislativa e giurisprudenziale dei diritti individuali. In terzo luogo, la società cicatrizza le ferite più profonde: la Brexit, che appare come una crisi radicale sulla strada di una compatta identità europea, con il rischio per noi di perdere un riferimento essenziale (non solo linguistico) per sviluppare una cultura poliglotta; la dura ferita degli eventi sismici degli ultimi mesi, con il rischio di una contrazione dell’economia delle aree interne e la perdita di attrattività dei borghi e dei centri minori; la pericolosa faglia che si va instaurando tra mondo del potere politico e corpo sociale, che vanno ognuno per proprio conto, con reciproci processi di rancorosa delegittimazione.

La seconda era del sommerso post-terziario. Intanto siamo entrati in una «seconda era del sommerso»: non più un sommerso pre-industriale, come quello che il Censis scoprì nei primi anni ’70 e che nel ventennio successivo fece da battistrada all’imprenditoria molecolare e all’industrializzazione di massa, ma un sommerso post-terziario. Non un «sommerso di lavoro» (nelle brulicanti opportunità di quel periodo) e un «sommerso di impresa» (nella diffusa propensione al lavoro indipendente e all’avventura aziendale di quegli anni), ma un «sommerso di redditi», che prolifera nella gestione del risparmio cash («per non andare in banca»), nelle strategie di valorizzazione del patrimonio immobiliare (casolari rurali, appartamenti urbani, attici panoramici trasformati in case per vacanza, bed and breakfast o location per eventi), nel settore dei servizi alla persona (dalle badanti alle babysitter, alle lezioni private), nei servizi di «mobilità condivisa» e di recapito, e altro ancora. E proliferano così figure lavorative labili e provvisorie, soprattutto tra i giovani che vivono nella frontiera paludosa tra formazione e lavoro. Mentre il sommerso pre-industriale apriva a una saga di sviluppo imprenditoriale e industriale, l’attuale sommerso è più statico che evolutivo, senza un sistemico orientamento di sviluppo. È un magma di soggetti, interessi e comportamenti, una «macchina molecolare», una esplosione di molteplicità monadiche. Il corpo sociale finisce così per assicurarsi la sua primordiale funzione, quella di «reggersi», anche senza disporre di strutture portanti politiche o istituzionali.

Il grande distacco tra potere politico e popolo: in crisi la funzione di cerniera delle istituzioni. Il corpo sociale si sente rancorosamente vittima di un sistema di casta. Il mondo politico si arrocca sulla necessità di un rilancio dell’etica e della moralità pubblica (passando dal contrasto alla corruzione dei pubblici uffici all’imposizione di valori di onestà e trasparenza delle decisioni). Le istituzioni (per crisi della propria consistenza, anche valoriale) non riescono più a «fare cerniera» tra dinamica politica e dinamica sociale, di conseguenza vanno verso un progressivo rinserramento. Delle tre componenti di una società moderna (corpo sociale, istituzioni, potere politico) sono proprio le istituzioni a essere oggi più profondamente in crisi. Per tutta la nostra storia (nel periodo risorgimentale, nella fase pre-fascista, nel ventennio fascista, nell’immediato dopoguerra) è stata la potenza e l’alta qualità delle istituzioni a fare la sostanza unitaria del Paese. Ma oggi le istituzioni sono inermi (perché vuote o occupate da altri poteri), incapaci di svolgere il loro ruolo di cerniera. Si afferma così un inedito parallelo «rintanamento chez soi»: il mondo politico e il corpo sociale coltivano ambizioni solo rimirandosi in se stessi. La politica riafferma orgogliosamente il suo primato progettuale e decisionale, mentre il corpo sociale rafforza la sua orgogliosa autonomia nel «reggersi». Sono destinati così a una congiunta alimentazione del populismo. È tempo per il mondo politico e il corpo sociale di dare con coraggio un nuovo ruolo alle troppo mortificate istituzioni.

Info e comunicati su www.censis.it

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