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a cura di Paolo Bicocchi*

Si è parlato di valutazioni di impatto sociale in due recenti seminari a Lucca e Bologna, grazie alla sensibilità delle Fondazioni Casse di Risparmio delle rispettive città che hanno ospitato gli eventi. Si sono susseguite le relazioni del presidente di Assifero Felice Scalvini e di Luca Gori della Scuola Sant’Anna di Pisa, dell’ad di SINLOC Spa Antonio Rigon, del direttore della Fondazione Emanuela Zancan Tiziano Vecchiato e dello scrivente direttore della Fondazione Volontariato e Partecipazione. A fare gli onori di casa rispettivamente il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Marcello Bertocchini; il consigliere Sergio Stefoni ed il segretario generale Alessio Fustini per Fondazione CARISBO.

Il fine della valutazione

Con la moderazione del giornalista Edoardo Bus il dibattito è maturato in un approccio critico sul punto dell’utilità della valutazione, lungo alcune direttrici di lettura.

L’utilità secondo fini funzionali (efficienza)

Essa attiene alla valenza organizzativa interna, per cui la valutazione assolve ad esigenze informative interne, modifica le strategie in fieri e migliora la perfomance (Rigon). Ha poi anche una valenza esterna nel senso di trasparenza e rendicontazione, cosa diversa però dalla pubblicità dei dati (a beneficio della PA, Gori) che risponde invece a logiche di controllo amministrativo. Su questo tuttavia la riforma non sembra aver maturato una piena consapevolezza, sarebbe stata auspicabile maggiore attenzione nella selezione delle informazioni richieste dal legislatore/amministratore poiché i dati non sono neutri e impattano significativamente sull’organizzazione (Gori).

L’utilità della valutazione degli impatti nel senso degli effetti (efficacia)

La valutazione finalizzata agli effetti implica la necessità di chiarezza, comparabilità e rigore metodologico (Rigon) per ciò che riguarda la scala e l’oggetto dell’osservazione. Senza la premessa essenziale che solo “l’esito” è oggetto della valutazione, tutto si riduce a story telling (Vecchiato) perché ciò che si produce senza intenzionalità è esternalità positiva e non impatto propriamente detto, welfare generativo (Vecchiato).

Utilità verso il sistema (economicità)

Alla domanda: (a cosa) servono le valutazioni? risponde un approccio non autoreferenziale che parte dall’analisi delle cause e non dei sintomi (Scalvini). In questo senso le cd. “analisi dei bisogni” che accompagnano i progetti di intervento sono spesso fuori fuoco rispetto alla scaturigine dei problemi, perché intervengono troppo a valle e nel “rumore” generato dal profluvio di richieste/istanze rischiano di non garantire la migliore allocazione delle risorse, scarse per definizione anche considerando l’intero stock dedicato al welfare del Paese.

Maggiormente dal punto di vista delle Fondazioni di origine bancaria, a cui spetta un compito simile al “mestiere dell’agopuntore” (Scalvini): egli ha a disposizione strumenti molto piccoli ma ben puntuti, con cui riesce a dare sollievo all’organismo solo conoscendone intimamente i meccanismi.

Calibrare bene le politiche implica poi che a livello di sistema si consentano tempi medio-lunghi per la valutazione (Scalvini, Vecchiato); mentre la programmazione strategica richiede una comprensione precisa del sistema di riferimento, quindi un secondo livello di analisi dopo il piano dell’impatto, che consenta di leggere i dati nell’ecosistema di riferimento (Rigon).

L’utilità diagnostica/premiale

Infine, illustrando alcuni risultati di uno studio condotto dalla Scuola Sant’Anna, Gori ha tratteggiato quella che potrebbe essere definita un’utilità diagnostica/premiale, un giudizio di merito sull’azione da cui discendono benefici, o penalità, persino criteri “ermeneutici” per gli Enti di Terzo settore per determinare la propria collocazione nella riforma e qualificare la propria forma organizzativa. Embrioni di valutazione di impatto declinata in questo modo si rintracciano nell’ordinamento già prima della riforma, ad esempio nel Testo Unico Bancario. Soprattutto il baratto amministrativo ha estrinsecato giuridicamente il principio del trattamento premiale per gli atti di cura di un bene comune, riconosciuti come tali attraverso la valutazione (Gori).

La compiuta affermazione come strumento persuasivo della leva del trattamento fiscale di favore, collegato ad una delibazione di merito, sembra trovare conferma in alcuni passaggi del Codice. La valutazione sembra evolvere così nel senso di un giudizio di valore, strumento di verifica della bontà da parte della Pubblica Amministrazione.

La co-progettazione e il parere del Consiglio di Stato
Torna così ricorsivamente il tema del “giudizio” davanti alla PA: un approccio che a tratti pare preventivo da parte del legislatore, riflesso forse di un trasversale “complesso di colpa presunta“ che attraversa tutta la nostra cultura amministrativa nei suoi punti di contatto con il non-pubblico, sia esso secondo o Terzo settore. Inevitabile a questo punto il riferimento critico al parere 2051/18 con cui il Consiglio di Stato ha messo nel mirino l’art. 55 del dlgs. 117/17, una delle punte di cono dell’impianto del Codice per quanto riguarda la maturazione della consapevolezza sulla missione del Terzo settore: quest’ultimo è infatti chiamato a inverare l’art. 3 della Costituzione (Gori) concorrendo al progresso materiale e spirituale (art. 4; Vecchiato); la co-programmazione/co-progettazione tra PA e ETS, nel disegnare un nuovo modello di collaborazione paritetica alla costruzione del welfare, sono dirette emanazioni dell’art. 118, laddove esso afferma il principio di sussidiarietà (Scalvini). Questa sensibilità sembra sfuggita all’estensore del parere, che anzi stigmatizza la pretesa prevalenza della regolazione in questione rispetto a principi sovraordinati, dell’ordinamento e comunitari. Anche in questo caso è difficile non avere sentore di un atteggiamento prevenuto, l’autotutela come forma mentis. Del resto il parere del Consiglio in tema di applicabilità del codice degli appalti è stato richiesto dall’Autorità Anticorruzione, sebbene esso poi verta essenzialmente su questioni afferenti la libera concorrenza dei servizi (su cui vigila un’altra Authority): sollevando i dubbi sulla concorrenza si intravedono così i timori della connivenza.

Ancora un possibile fine per la valutazione?

Se il tema delle guarentigie che devono circondare gli affidamenti di servizi (e più in generale le interazioni con il Terzo settore non caratterizzate da gratuità) appare destinato a rimanere dominante nel dibattito, si può forse pensare ad una ulteriore funzione della valutazione di impatto.

Già parlando di orizzonti temporali per la valutazione, è stato evidenziato un nodo critico dei bandi sulla povertà educativa emessi dall’Impresa sociale Con i Bambini (Scalvini): le grandezze degli impatti effettivamente misurabili sono infatti direttamente influenzate dal tempo – troppo poco – che è dato ai progetti per sviluppare i risultati attesi. Ma c’è un’altra riflessione da fare intorno al modello di questi bandi: colpisce infatti la complessità del sistema di rendicontazione che i beneficiari sono tenuti ad alimentare, sia per stati di avanzamento che a fine progetto. Un controllo a maglie fitte che ricorda da vicino gli arcigni vincoli della rendicontazione europea a valere ad esempio su molti bandi del Fondo Sociale.

Eppure proprio dall’Europa arriva anche una modalità di finanziamento, il cd. Lump Sum Funding/Granting, che ci pare ispirata a caratteri più evoluti di partnership tra pubblico e Terzo settore ed in linea con quelli del Codice, già evocati. Con questa modalità, l’erogazione del finanziamento è condizionata e interamente giustificata dal solo completamento dell’attività supportata. Non sono richiesti report finanziari, non si prevedono audit esterni, perché il presupposto del corretto impiego delle risorse erogate è sussunto nell’effettiva produzione del risultato atteso dal progetto. È un approccio molto maturo, che presuppone un rapporto fiduciario paritetico tra Amministrazione e attuatore del progetto.

Su queste premesse, e considerando la valutazione di impatto secondo i criteri rigorosi visti sopra, per quest’ultima potrebbe configurarsi allora una finalità di controllo/validazione, che si dispieghi in due momenti coordinati: a monte per alimentare correttamente un cruscotto decisionale (Rigon) che consenta di individuare correttamente i bisogni/interventi (Scalvini); a valle nel certificare il prodursi di determinati risultati e la loro coerenza con gli esiti attesi dall’Ente erogante. E tanto potrebbe bastare per soddisfare le esigenze dei controlli, che virerebbero così la propria intensità formale ricalibrandosi su di una più sostanziale ratio di presidio di efficacia.

Con un’importante precisazione metodologica: che l’oggetto di indagine della valutazione resti focalizzato sugli esiti e non sui processi (Vecchiato).

Superare gli steccati

Il discorso sul metodo resta poi un punto centrale, mentre ancora si aspettano le linee guida ministeriali sentendosi come personaggi del teatro beckettiano. Del resto, se per definizione la regolazione arriva sempre in ritardo sulla realtà (Gori), operatori e teorici della misurazione non possono che confrontarsi su alcune scelte di fondo, se desiderano svincolarsi da un dibattito cristallizzato. Un pensiero maturo sulla valutazione significa dunque liberarsi da un approccio ideologico, ispirato ad un certo scientismo: non esiste un metodo di valutazione buono per tutte le stagioni (Scalvini) e probabilmente la valutazione di impatto è un concetto e non un catalogo chiuso. C’è ancora spazio, tra uno SROI e un controfattuale, per proporre idee ed attuare modelli; allargare lo spettro della misurazione agli effetti generativi degli impatti (Vecchiato), sfuggire logiche puramente finanziarie (Rigon), dare il giusto peso alla conoscenza dei territori; trovare criteri e unità di misura per ponderare il valore dell’impegno solidale, e organizzato, che è più pesante della somma dei servizi assolti.

C’è poi ancora un totem da abbattere, un pregiudizio di cui alleggerirsi: lo stigma del fallimento (Scalvini). Non tutta la progettualità può essere innovativa e speciale; non tutti gli interventi devono necessariamente registrare magnitudini di impatto; addirittura, non tutte le iniziative saranno storie a lieto fine. Tutto ciò è scontato rispetto alla misurazione: essa infatti si delegittimerebbe all’istante se escludesse a priori la possibilità di arrivare a valutazioni negative rispetto ai risultati osservati (in teoria! Farlo comprendere alla committenza è poi altra cosa..). Ma dovrebbe essere interiorizzato anche dai policy maker, dai disegnatori di linee di intervento, dall’Amministrazione. C’è bisogno di dibattito pubblico sui fallimenti (Scalvini) che sono da ricercare ed accettare perché sono fisiologici e salutari. C’è necessità di raccogliere i dati: analizzare le radici dell’insuccesso per individuare le aree di miglioramento. Vanno dissezionati i flop, anche per saggiare le lacune del sistema di riferimento di cui fa parte anche la misurazione stessa, perché esso non è mai neutro.

Il lavoro volontario


Una delle presentazioni tenute durante i lavori ha riguardato il modulo MESV per la misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario, sviluppato da Fondazione Volontariato e Partecipazione in collaborazione con CSVnet ed ISTAT. A margine si sono fatte alcune considerazioni rispetto al concetto di “lavoro”.

È stato detto che la riforma del Terzo settore ha posto al centro del suo impianto valoriale il volontariato; forse più specificamente ci si deve servire dell’espressione usata anche dal Codice “attività di volontariato”, in quanto certamente il depotenziamento del riferimento alla dimensione organizzata (che era invece fondativa nell’impianto della 266/91) costituisce un’evoluzione e forse un impoverimento del dibattito, una perdita di materiale culturale e giuridico. Nell’espletamento di un’attività di volontariato viene profuso del “lavoro”, nel senso fisico del termine, e questo è vero a prescindere dal contesto organizzativo in cui si dipana.

Il modulo MESV, implementato a partire dal modello descritto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, è in grado di determinarne il corrispondente valore economico: stima cioè il costo di una equivalente prestazione prelevata sul mercato (effetto sostitutivo della gratuità). Questo rappresenta il primo strato di misurazione, quella economica, su cui si innesta il valore sociale: viene dunque in rilievo l’altra componente del volontariato, cioè l’impegno solidale e organizzato. In questa dimensione del lavoro si verifica una produzione di strutture e legami (effetto generativo), tra l’altro misurabile con grandezze numerarie anche se non necessariamente valutarie: sommandosi al valore economico del lavoro concorre alla produzione di welfare per la comunità.
Ne consegue che la tutela della specificità del volontariato nella sua accezione ex 266/91 risponde a logiche ed esigenze di economia sociale, lungi da nostalgie anacronistiche da “Quarto settore”.

*direttore della Fondazione Volontariato e Partecipazione

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